Le opere e i giorni è il titolo di un poema scritto circa 2800 anni fa da un
poeta-contadino, Esiodo che aveva voglia di cantare "le cose vere" e di fare poesia
attraverso il racconto minuzioso del lavoro nei campi.
Alle gesta eroiche dell'aristocrazia omerica Esiodo contrappone la fatica dell'uomo
costretto a lottare per la terra e insieme per la sua sopravvivenza, muovendosi tra le
maglie di una dea -ERIS- dalla duplice faccia: quella maligna che genera lotte intestine
e l'altra benigna che ispira il desiderio di ogni uomo di migliorare onestamente
il proprio stato.
Tra le due facce di ERIS "la contesa" si muove lo spettacolo.
Un giardino, una fetta di terra e di cielo: scene di un mondo ridotto ai minimi termini
Lei / Lui / Quello / L'altro.
Un luogo senza tempo in cui l'esistenza è una messinscena curata da un dio
che percuote suonando
che stanco degli uomini li abbandona presto alle loro regole,
al loro destino e al loro esclusivo libero arbitrio
e dall'oro si arriva presto al ferro
La necessità del lavoro da gioia diventa fatica, da fatica
speculazione e alla fine astuzia:
da manipolati si diventa in fretta manipolatori
e il pomodoro da gioia del gusto si trasforma in uno strumento di ricatto
Anche il cieco sfruttamento della terra e degli uomini darà presto i suoi frutti:
e non saranno certo frutti d'oro
almeno, non per tutti.