Carovante
In ciascuna tappa di cinque giorni realizza le seguenti azioni:
durante il giorno
in serata
La festa del paparacchio, che è l'atto che raccoglie e conclude il progetto, vuole essere la costruzione di un rituale postmoderno.
Di fronte al proliferare di feste e sagre vere o presunte, ma sempre comunque presunte vere, ad uso e consumo di un turismo affamato
di autenticità a buon mercato, qui si prende atto di una rottura, quella tra il mondo folklorico e la contemporaneità, e solo
a partire da questa rottura, da una mutazione antropologica e culturale che si dà per irreversibile, ci si confronta in maniera
costruttiva con i residui ir-recuperabili della cultura popolare e contadina.
La festa del paparacchio è la reinvenzione parodica della festa tradizionale, è un rituale smaccatamente finto,
nomade e posticcio, che intende sancire che un mondo è definitivamente morto, e che il suo testamento resta inascoltato.
E d'altro canto Carovante tenta di ricucire brandelli di storie o di storia del nostro territorio, di raccogliere quei rimasugli di
tradizioni che hanno resistito allo sbriciolamento.
E ancora la festa del paparacchio celebra la morte della cultura folklorica utilizzando strutture che ruba dal folklore stesso.
La morte è legata alla rinascita, solo uccidendo ritualmente il vecchio si fa spazio al nuovo. Nel mondo contadino, che è
segnato dalle semine e dai raccolti, dai giri del sole e dall'eterno ritornare delle stagioni, la morte e la nascita sono i termini interscambiabili di un ciclo che si era modellato sulla imperturbabilità della natura.
Qui si fa la festa a quel mondo, nella segreta speranza che qualcosa di esso possa rivivere, ma nella consapevolezza che nulla sarà
mai come prima, neanche più le stagioni.